Mi sono chiesto spesso perché un autore italiano scriva di Mapuche e di terre che non sono le sue. È una domanda legittima, e ho imparato a non liquidarla in fretta — anzi, a tenermela accanto mentre scrivo.

La risposta più onesta è che non ho scelto questi temi a tavolino: li ho incontrati, e una volta incontrati non sono più riuscito a guardare altrove. C’è qualcosa, nel modo in cui certe comunità custodiscono il legame con la terra che abitano, che mette in crisi il nostro modo di possedere le cose. Noi compriamo, accumuliamo, ereditiamo proprietà. Loro, spesso, appartengono a un luogo invece di possederlo. È una differenza che, da quando l’ho intravista, non smette di interrogarmi.

So bene quanto sia scivoloso il terreno. Raccontare una cultura che non è la tua espone a un rischio preciso: ridurla a fondale pittoresco, usarla come spezia esotica per insaporire una storia che parla d’altro. È il rischio che temo di più, e contro cui ho preso un’abitudine semplice: documentarmi molto più di quanto poi finisca nel libro, e accettare che alcune cose non mi spettino. Ci sono porte, in queste culture, davanti alle quali uno scrittore esterno deve fermarsi. Riconoscerle non è un limite alla narrazione: è la condizione perché la narrazione sia onesta.

Per questo i miei protagonisti non sono mai gli «altri». Sono uomini e donne come me — europei, contemporanei, spesso un po’ distratti dalle proprie vite — che a un certo punto incrociano un mondo che non capiscono e sono costretti a misurarsi con la propria ignoranza. Il vero protagonista, in fondo, è quella distanza: il modo in cui si attraversa, o non si attraversa.

Quanto in fondo si riesca ad entrare in contatto con l’altro senza venirne contagiati ed è quello il bello che viaggiare ci porta maggiormente.

Scrivo queste storie perché credo che la letteratura serva anche a questo: a starci, in quella distanza, senza la pretesa di colmarla del tutto, e spero che apprezzerete la mia scelta.


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