C’è una parola che torna in tutto ciò che scrivo, anche quando non la nomino: eredità. Mi interessa meno come fatto giuridico — un testamento, una proprietà che passa di mano — e molto di più come domanda. Cosa riceviamo, davvero, da chi ci ha preceduto? E quanto di ciò che riceviamo abbiamo effettivamente chiesto?
In «I tre fili intrecciati» tutto parte da un’eredità in senso stretto: una terra, all’estremo sud della Patagonia, che Leonardo si trova tra le mani senza averla cercata. Ma il romanzo non parla di un atto notarile. Parla di ciò che arriva insieme alla terra e che nessun documento elenca: una storia, delle responsabilità, un legame con persone e luoghi che fino a ieri non sapevamo nemmeno esistessero.
Mi affascina questo scarto. Le eredità che contano davvero non sono quelle che possiamo accettare o rifiutare con una firma. Sono i modi di pensare, le ferite, le lingue, i silenzi che ci vengono trasmessi prima ancora che ce ne accorgiamo. Le portiamo con noi come una terra portа il segno di chi l’ha abitata.
C’è anche una domanda più scomoda, sullo sfondo, ed è quella a cui tengo di più: cosa significa ereditare una terra che, prima di noi, apparteneva a qualcun altro — e che forse, in un senso più profondo, gli appartiene ancora? È la tensione su cui si regge tutto il romanzo, e non pretendo di scioglierla. Mi basta tenerla aperta abbastanza a lungo perché il lettore se la porti a casa.
Perché alla fine credo che si scriva proprio per questo: non per dare risposte sull’eredità, ma per decidere con più consapevolezza cosa, a nostra volta, sceglieremo di lasciare.

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